domenica 4 novembre 2007

Democrazia 2/ L'EUROPA E IL TABU' DEI ROM

di Barbara Spinelli
da La Stampa del 4/11/07

La risposta delle autorità pubbliche al massacro di Giovanna Reggiani è stata ferma, netta: non c’è spazio in Italia per chi vive derubando, violando, uccidendo. C’è qualcosa di sacro nel bisogno di sicurezza sempre più acutamente sentito dagli italiani, così come c’è qualcosa di sacro nell’ospitalità, nell’apertura al diverso, nella circolazione libera dentro l’Unione.

Quest’antinomia permane ma comincia a esser vissuta come un ostacolo, anziché come una convivenza di norme contrastanti (di nòmos) che vivifica l’Europa pur essendo ardua. È un’antinomia che educa a vivere con due imperativi: l’apertura delle porte ma anche la loro chiusura se necessario. Molti chiedono negli ultimi giorni di «interrompere i flussi migratori»: la collera suscitata dal crimine di Tor di Quinto ha rotto un argine, anche nel nuovo Partito democratico, e d’un tratto sembra che solo un imperativo conti: le porte chiuse.

Su un quotidiano di sinistra, l’Unità, sono apparse parole strane. Si è parlato, a proposito del quartiere del delitto, di «tutta un’umanità brutta sporca e cattiva»; si è parlato di «città italiane che funzionano come miele per le mosche di uno sciame incontrollato che viene dall’Est Europa». L’umanità sporca, lo sciame di mosche: è vero, un tabù cade a sinistra e tanti se ne felicitano, constatando che finalmente il buonismo è stato smesso e che la sinistra non va più alla ricerca dei motivi sociali della delinquenza ma si concentra sulla repressione e le vittime.

Gli imperativi dell’apertura s’appannano, la tensione vivificante fra norme diverse svanisce, entriamo in un mondo che promette certezze monolitiche: basta interrompere i flussi, e il male scompare. Spesso il capro espiatorio nasce così, con questa riduzione a uno del molteplice, del complesso. Spesso nascono così i pogrom, come quello scatenato venerdì sera contro i romeni nel quartiere romano di Tor Bella Monaca: dall’Ottocento hanno questo nome, in Europa, le spedizioni punitive contro i diversi.

Anche le ideologie nascono così, fantasticando scorciatoie che risolvono tutto subito. Oggi è la destra a sognare utopie simili, e la sinistra riformatrice s’accoda sperando di ricavare guadagni elettorali. La distruzione dei campi rom è parte di quest’ideologia. Un’ideologia irrealistica perché l’immigrazione non sarà fermata e l’Europa ne ha bisogno. La Spagna sembra esserne consapevole e non a caso è diventata il Paese con il più alto numero di immigrati e progetti d’integrazione. La ripresa della natalità iberica è dovuta a questo. Chi parla dell’immigrazione come di male evitabile sbaglia due volte: perché non è evitabile, e perché in sé non è un male.

Se non si vuole che sia un male occorre governarlo bene, il che vuol dire: non solo reprimendo, ma reinventando politiche in Italia e nell’Unione. Perché europei sono i dilemmi ed europeo sarà l’inizio della soluzione. Perché il tabù di cui tanto si discute non è quello indicato (buonismo, tolleranza). Il vero tabù, che impedisce con i suoi interdetti di vedere e dire la realtà, è un altro: è la questione Rom ed è l’inerzia con cui la si affronta nel dialogo con l’Est da dove vengono i cosiddetti nomadi. Fuggiti dall’India nell’anno 1000, giunti in Europa nel Trecento, i Rom assieme ai Sinti sono chiamati spregiativamente zingari, parlano una lingua derivata dal sanscrito, in genere sono cristiani (la parola Rom, come Adamo, significa «persona». I più vivono in Romania). Siamo in emergenza, è vero. Ma non è solo emergenza sicurezza. C’è emergenza europea sui diritti dell’uomo e delle minoranze. C’è una doppia inerzia: nelle strategie d’integrazione e nei rapporti tra Stati europei.

Quest’emergenza è acuta a Est, da quando è finito il comunismo: in Romania è specialmente vistosa ma la malattia s’estende a Slovacchia, Ungheria, Repubblica ceca, Kosovo. Al concetto unificatore di classe è succeduto dopo l’89 il senso d’appartenenza alle etnie, e vecchie passioni come xenofobia e razzismo, non superate ma addormentate durante il comunismo, sono riapparse: i più invisi sono i Rom - oltre agli ungheresi che non vivono in Ungheria - e il loro migrare a Ovest è intrecciato a questa ostilità dentro i Paesi dell’Est e fra diversi emigrati dell’Est.

È quello che i rappresentanti Rom in Europa denunciano ultimamente con forza (sono circa 8 milioni, su 15 nel mondo). La Romania, in particolare, è accusata di attuare un politica sistematica di espulsione di Rom, da quando è entrata nell’Unione all’inizio del 2007. Il ministro dell’Interno, Amato ha evocato a settembre un «vero e proprio esodo di nomadi dalla Romania», e di esodo in effetti si tratta: ma esodo forzato, nell’indifferenza europea. Dicono i rappresentanti Rom che i membri della comunità in Romania son cacciati dagli alloggi, dai lavori, dalle scuole, e per questo preferiscono le topaie italiane. Il ministro Ferrero, responsabile della Solidarietà sociale, dice il vero quando nega che l’esodo sia essenzialmente economico: la Romania non è più così povera, sono xenofobia e razzismo a colpire oggi i Rom.

Queste cose andrebbero ricordate a Bucarest, cosa che hanno tentato di fare Amato e Ferrero in un recente incontro con il ministro romeno dell’Interno, David. Ferrero ha cercato lumi presso il Forum europeo dei Rom e tentato di mettere alle strette David. Dall’incontro è nata la convocazione di un tavolo permanente di negoziato: presto si riunirà a Bucarest. Proprio perché è nell’Unione, la Romania deve rispondere di quel che fa con i propri Rom (2 milioni, secondo stime ufficiose).

Discutere di queste cose con Bucarest e altri governi dell’Est è urgente. Un patto è stato infatti rotto, che pure era assai chiaro. Ai tempi dei negoziati d’adesione, i candidati si erano impegnati a rispettare i criteri di Copenhagen, che non riguardano solo l’economia ma le «istituzioni capaci di garantire democrazia, primato del diritto, diritti dell’uomo, rispetto delle minoranze e loro protezione». Ingenti fondi son devoluti da anni a tale scopo (il programma europeo Phare, cui si aggiungono finanziamenti della Fondazione Soros, della Banca Mondiale) intesi a frenare la «discriminazione fondata sulla razza e l’origine etnica».

È accaduto tuttavia che una volta entrati, numerosi governi dell’Est hanno fatto marcia indietro (il regime Kaczynski in Polonia è stato un esempio). Ed è così che si è riaccesa l’ostilità verso i Rom: questa etnia perseguitata da un millennio e decimata nei campi nazisti. Paragonarli a uno sciame di mosche non è anodino. Significa che l’Italia (per come parla o chiede azioni) comincia ad assomigliare a quegli europei dell’Est che stanno arretrando e riproponendo, ancora una volta nel continente, il dramma Rom. Certo urge controllare meglio i flussi migratori: ma non si può farlo accusando intere etnie (Rom, Romeni, Albanesi) per il delitto di alcuni. Non si può governare alcunché se non si prende distanza dalla strategia di cui Bucarest è oggi sospettata.

La caduta dei tabù comporta anche il formarsi di idee completamente false. Con disinvoltura i Rom son descritti come non integrabili, nomadi, dediti al furto. I dati smentiscono queste nozioni. In Italia la comunità Rom è composta in stragrande maggioranza di sedentari, non di nomadi. E tentativi molto validi di integrazione hanno dimostrato che quest’ultima può riuscire.

Ci sono iniziative della Chiesa: le ha spiegate sul Corriere don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità a Milano. E ci sono iniziative pubbliche preziose: a Pisa, Napoli, Venezia. Pisa è esemplare perché i risultati sono eccezionali: nei campi vivevano 700 Rom, dieci-dodici anni fa. Solo due bambini erano scolarizzati. Il Comune si è incaricato di trovar loro lavoro e alloggi, scegliendo un mediatore per negoziare con i vicini. Appena emancipati, i Rom uscivano dal programma d’assistenza e i fondi servivano a integrare altri loro connazionali. Nel frattempo, si spingevano le famiglie a scolarizzare i figli. In dieci anni, 670 Rom su 700 sono stati inseriti, e tutti i bambini vanno a scuola. Certo la comunità in Italia è divisa: alcuni chiedono più campi, mentre i più vogliono superarli proprio perché il nomadismo è meno diffuso di quel che si dice: il 90 per cento dei Rom (140 mila nel 2005, in parte italiani) non sono camminanti bensì - da decenni - sedentari.

Per riuscire in simili operazioni bisogna abbandonare l’utopia, privilegiando fatti ed esperienze. Ambedue confermano che l’integrazione resta indispensabile, che chiuder le porte non basta, che è necessario far luce sui pericoli che corre non solo la sicurezza ma la democrazia. Dice Franz Kafka: «Bisognerà pure che nel campo dei dormienti qualcuno attizzi il fuoco nella notte». Questo invito a far luce sui veri tabù vale per i dormienti dell’Est e per l’Europa. Vale per i Rom (il loro faro non dovrebbe esser la figura della vittima ma la donna Rom che s’è sdraiata sull’asfalto davanti a un autobus per denunciare il Rom assassino di Giovanna Reggiani) e vale per la destra come per la sinistra italiana.

Democrazia 1/ UN CLIMA PERICOLOSO

di Stefano Rodotà
da Repubblica.it del 3/11/2007

L'aggressione di ieri sera contro un gruppo di romeni dimostra che è avvenuto qualcosa che i pessimisti sentivano nell'aria. Quando sono tanto forti le emozioni, e nessuno le raffredda e troppi le sfruttano, non soltanto diventa difficile trovare le risposte giuste, ma si esasperano i conflitti.

Da un caso gravissimo, l'uccisione di Giovanna Reggiani, si è passati con troppa rapidità all'indicazione di responsabilità collettive. L'assassinio è quasi finito in secondo piano, e l'attenzione è stata tutta rivolta a documentare una sorta di incompatibilità tra la nostra società e la presenza romena, insistendo sulla percentuale di reati commessi da persone provenienti da quel paese. In un clima sociale che si sta facendo sempre più violento, le premesse per l'apertura della caccia al romeno, purtroppo, ci sono tutte.

Così non basterà condannare l'accaduto. Le risposte istituzionali sono già venute, e sarebbe sbagliato chiederne ulteriori inasprimenti, che darebbero la sensazione che alla violenza si debba reagire solo con la violenza sì che, se lo Stato arriva tardi o in maniera ritenuta inadeguata, tutti sarebbero legittimati a farsi giustizia da sé. Alla politica si devono chiedere non deplorazioni, ma misura; non ricerca di consenso, ma di soluzioni ragionate.

Da anni, da troppi anni, siamo prigionieri di un uso congiunturale delle istituzioni, che porta a misure che rispondono ad emozioni o a interessi di breve periodo più che alla realtà dei problemi da affrontare. E' un rischio che stiamo correndo anche in questi giorni, mentre avremmo bisogno di analisi non approssimative e testa fredda nell'indicare le via d'uscita. Di fronte alle tragedie nessuno dovrebbe fare calcoli meschini.

Il presidente della Repubblica ha sottolineato che le questioni dell'immigrazione esigono responsabilità comuni dell'Unione europea. Il presidente del Consiglio si è messo in contatto con il primo ministro romeno. Dalle parti più diverse si è sottolineata la necessità di un controllo del territorio e di una attenzione per le condizioni in cui vivono gli immigrati. E' stata proprio una donna romena che ha consentito l'immediato arresto dell'assassino.

Perché allineo questi fatti? Perché, messi insieme, dimostrano la parzialità della tesi di chi pensa che sia sufficiente inasprire le pene, cancellare le garanzie, far di tutt'erbe un fascio, sparare nel mucchio. "Facimmo 'a faccia feroce" è una vecchia tecnica di governo, ma è esattamente il contrario di quel che serve in situazioni come questa. E' indispensabile, invece, una strategia integrata, fatta di cooperazione internazionale, di legalità a tutto campo, di efficienza degli apparati di sicurezza, di misure per l'integrazione, di politica delle città. Ed è indispensabile una politica volta a promuovere la fiducia degli immigrati: senza la collaborazione di quella donna, senza la rottura dello schema dell'omertà (purtroppo così forte anche nella nostra cultura), l'assassino non sarebbe stato individuato così rapidamente. In ogni società la fiducia è una risorsa essenziale. Da soli, i provvedimenti di ordine pubblico non ce la fanno, non ce l'hanno mai fatta.

Essere consapevoli di tutto questo non è cattiva sociologia, ma buona politica, anzi l'unica politica possibile. Proprio quanti si preoccupano dell'efficienza dovrebbero esigere che si facciano passi concreti in quelle direzioni. Proprio chi invoca la legalità deve sapere che questa non è divisibile, ed è stato giustamente notato che uno dei meriti del "pacchetto sicurezza" è nell'aver previsto anche una nuova disciplina del falso in bilancio. Proprio chi fa professione di garantismo deve mostrare coerenza, soprattutto nei momenti difficili: non si può essere garantisti a corrente alternata.

Non sto sostenendo che il problema è "ben altro". Cerco di dire che non ci si può mettere la coscienza in pace con un decreto e una raffica di espulsioni, dando così all'opinione pubblica la pericolosa illusione che il problema sia risolto. Qualche sera fa, intervenendo in una trasmissione televisiva, Pier Luigi Vigna, certo non imputabile di atteggiamenti compiacenti verso chi viola la legalità, ha riferito la risposta di un responsabile dell'ordine pubblico ad una sua domanda su dove fossero finiti i lavavetri scomparsi dalle vie di Firenze: "Stanno a rubare". E' l'effetto ben noto a chi ha indagato sulla scomparsa o la diminuzione dei reati nelle aree videosorvegliate: semplicemente i comportamenti criminali si erano spostati nelle zone vicine. Ecco perché, se davvero si vuole uscire dalla violenza e vincere la paura, nuove norme contenute in un decreto possono essere un punto di partenza, vedremo fino a che punto accettabile.

Guardando solo agli inasprimenti della legislazione, anzi, si finisce col distogliere lo sguardo dalla realtà. Più di una inchiesta di questo giornale, ultima quella di Giuseppe D'Avanzo, ha documentato il degrado urbano, le terribili condizioni di vita degli immigrati. Si può davvero pensare che il problema si risolva con una politica delle ruspe e degli "allontanamenti"? Con una tolleranza zero che poi non riesce neppure ad essere tale se le forze di polizia non sono messe in grado di un controllo intelligente e mirato del territorio, se i nuovi poteri dei sindaci finiscono con l'indirizzare la loro attenzione verso una esasperazione del momento dell'ordine pubblico invece di mettere al centro gli interventi strutturali, complici le difficoltà economiche dei comuni? Si può certo contare sull'effetto dissuasivo di una massiccia ondata di espulsioni. Ma quanto potrà durare? E quali saranno gli effetti reali e i prezzi della nuova disciplina?

Il decreto riprende lo schema delle norme di attuazione della direttiva comunitaria del 2004 sul diritto di circolazione e di soggiorno dei cittadini comunitari (romeni compresi), in vigore dal marzo di quest'anno, con due significative integrazioni. La prima riguarda l'attribuzione del "potere di allontanamento" non più al solo ministro dell'Interno, ma pure al prefetto (una figura di cui si continua chiedere la scomparsa e che, invece, ottiene così una nuova e forte legittimazione). La seconda, ben più incisiva, consiste nell'ampliamento delle cause che permettono l'allontanamento del cittadino comunitario, riassunte nella formula dei "motivi imperativi di pubblica sicurezza" che derivano dall'aver "tenuto comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona umana ovvero l'incolumità pubblica, rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con l'ordinaria convivenza". Malgrado riferimenti altisonanti come dignità o diritti fondamentali, siamo di fronte ad una formula larghissima, nella quale possono rientrare le situazioni e i comportamenti più diversi. Come sarà interpretata?

Qui gioca il clima in cui il decreto è stato approvato. Non "necessario e urgente" fino alla sera prima (sono questi i requisiti di un decreto), il provvedimento lo diventa dopo il brutale assassinio di Roma. Poiché si deve supporre che il governo conoscesse già i dati riguardanti i reati commessi dai romeni, sui quali si è tanto insistito in questi giorni, la conclusione obbligata è che si è utilizzato lo strumento del decreto unicamente per rispondere all'emozione dell'opinione pubblica. E la sua applicazione rischia di essere guidata dalla stessa ispirazione, rendendo inoperanti le garanzie necessarie per evitare che venga travolta una libertà essenziale del cittadino europeo.

La pressione dell'opinione pubblica non è stata alleggerita dal decreto. Al contrario, è stata ulteriormente legittimata, sì che bisogna attendersi che continuerà nei confronti dei prefetti. Già si annunciano liste di migliaia di persone da allontanare: questo renderà difficilissimo motivare in modo adeguato ciascun singolo provvedimento. E i debolissimi giudici di pace, che dovrebbero controllare questi provvedimenti, non hanno i mezzi per farlo in modo adeguato, sì che non se la sentiranno di pronunciare un no. Per non parlare di un successivo ricorso al tribunale amministrativo contro l'allontanamento, che quasi nessuno potrà concretamente proporre. La garanzia giurisdizionale, essenziale in uno Stato di diritto, rischia così d'essere concretamente cancellata.

Alle norme del decreto bisogna guardare con distacco e preoccupazione. Con distacco, perché non verrà solo da esse la soluzione di problemi che, com'è divenuto evidentissimo proprio in questi giorni, esigono interventi di altra qualità per rispondere alle legittime richieste dei cittadini in materia di sicurezza. L'ordinaria convivenza, alla quale il decreto si riferisce, non è un qualcosa da salvaguardare, ma da ricostruire con responsabilità e azioni comuni, di cui gli italiani devono essere i primi protagonisti. Con preoccupazione, perché le norme del decreto e il clima in cui nasce ci spingono in una direzione che aumenta la distanza dall'"altro", che favorisce la creazione di "gruppi sospetti", abbandonando la logica della responsabilità individuale.

Serve, davvero con "necessità e urgenza", un'altra forma di tolleranza zero. Quella contro chi parla di "bestie", o invoca i metodi nazisti. Non è questione di norme. Bisogna chiudere "la fabbrica della paura". E' il compito di una politica degna di questo nome, di una cultura civile di cui è sempre più arduo ritrovare le tracce. Un'agenda politica ossessivamente dominata dal tema della sicurezza porta inevitabilmente con sé pulsioni autoritarie. Ricordiamo una volta di più che la democrazia è faticosa, ma è la strada che siamo obbligati a percorrere.

venerdì 31 agosto 2007

Legge 194: una lettera del Ministro Turco al Direttore di Repubblica

"DIFENDO LA 194 MA NON TEMO IL CONFRONTO"

di Livia Turco*

Caro direttore,
la legge 194, che nel 1978 ha reso legittimo per le donne italiane il ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza, non ha bisogno di alcun "tagliando". Essa si dimostra infatti ancora oggi di estrema efficacia e mantiene inalterata la sua validità. Anche per rispondere alle più recenti sollecitazioni di natura sia etica che scientifica.
E allora a cosa dovrebbe servire, mi chiede anche Miram Mafai, l'atto di indirizzo da me annunciato anche per una migliore applicazione della legge?

La necessità di formulare indirizzi per gli operatori sanitari in materia di assistenza neonatale per i nati molto pretermine e in generale sulla gravidanza e il parto, è avvertita da tempo dalla stessa comunità scientifica che, in alcuni casi, si è già mossa, indicando ad esempio i limiti temporali a partire dai quali si ha certezza sostanziale sulla capacità di vita autonoma del feto.
Sappiamo bene che nel '78 tale periodo si collocava non prima delle 24/25 settimane di gestazione, mentre oggi i progressi della neonatologia lo indicano attorno alla ventiduesima settimana.
Questo indicatore è molto importante perché la 194 prevede un limite invalicabile all'aborto quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto.

In questo caso esso resta infatti possibile solo in condizioni di grave pericolo per la "vita" della donna, a conferma ulteriore che non siamo in alcun caso di fronte a una legge eugenetica.
E non si può parlare di eugenetica neanche nel caso di un aborto conseguente a una diagnosi di anomalia o malformazione del nascituro. La 194 non prevede infatti l'aborto per malformazione del feto ma solo quando tali malformazioni determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Anche in questo caso la 194 si conferma una legge di chiari e saldi principi. Incentrati, da un lato, sul diritto all’autodeterminazione della donna, sulla sua capacità di "accoglienza" della maternità e sulla salvaguardia del feto dal momento in cui presenta possibilità di vita autonoma. Dall'altro, su una serie di valutazioni medico-scientifiche finalizzate a far sì che tali diritti, capacità e garanzie possano essere sempre esercitati al meglio.

Chi ha voluto e chi ha combattuto per questa legge e che oggi giustamente ne rivendica e ne difende la validità, non deve quindi temere di confrontarsi con il progresso della scienza.
Perché se è vero che esso consente diagnosi sempre più anticipatorie sulla salute del nascituro (anche se con ancora molti margini di errore e variabilità), rende possibile parti in età gestionali estremamente pretermine, contribuisce a diminuire le sofferenze, è anche vero che ci pone dinanzi a scelte e dilemmi di natura profonda che non possiamo non considerare. A partire dal rifiuto della ricerca di una ideale perfezione nel nascituro che può condurci verso scenari da incubo selettivo della specie che non possiamo accettare. Noi donne per prime. Proprio in quanto portatrici di valori alti a difesa della vita e dell'amore e del rispetto della persona e della sua capacità di scelta, che sono gli stessi valori che hanno ispirato le lotte per la legalizzazione dell'aborto.

A chi oggi grida contro questa legge, invece, è sempre bene ricordare che prima della sua approvazione almeno trecentomila donne italiane si sottoponevano ogni anno a interventi rischiosi e clandestini per interrompere una gravidanza non desiderata.

E che, solo grazie a questa legge, gli aborti si sono oggi dimezzati e continuano a calare anno dopo anno. A dimostrazione della validità della 194, sia per il contenimento del ricorso all'Ivg, sia per la non assimilazione dell'aborto a metodo contraccettivo e sia per la crescita della cultura della maternità come momento di grande responsabilità della donna.

E' diventato sempre più evidente nel corso degli anni che l’autodeterminazione da parte della donna non si traduce in libero arbitrio o in una manifestazione di egoismo o in relativismo etico. Al contrario il diritto alla "scelta" ha portato alla maturazione di una maggiore responsabilità verso la procreazione. E dunque verso la vita umana. Per tutti questi motivi io difendo "senza se e senza ma" la legge 194. Ma per gli stessi motivi non ho paura del confronto e della verifica sulla sua applicazione anche chiedendo aiuto alla comunità scientifica, per meglio indirizzare gli operatori e per meglio garantire le donne nella loro scelta su come portare o non portare avanti una maternità.
Questo a partire dalla necessità di individuare il momento in cui sussistono le condizioni per una effettiva possibilità di vita autonoma del feto. Per dare indicazioni uniformi ai neonatologi sul tipo di assistenza da garantire al neonato molto pretermine e per evitare forme di accanimento terapeutico. E per garantire l’appropriatezza nelle diagnosi prenatali. Non si tratta quindi di porre "nuovi" limiti temporali all'aborto terapeutico, come teme Miriam Mafai, perché resta assolutamente valido quel limite già indicato dalla 194 all'articolo 7, dove è previsto che quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto l'Ivg sia praticata solo in caso di pericolo per la vita della donna. Si tratta semmai di chiedere alla comunità scientifica di indicare il periodo di gestazione oltre il quale sussistono tali possibilità, in base alle evidenze scaturite dal continuo aggiornamento delle conoscenze scientifiche.

Questa è la via. E penso sia quella giusta per rispondere a chi, al contrario, pensa di usare il progresso della scienza come alibi per intaccare responsabilità e autonomia delle donne nella decisione più importante della loro vita.


* Ministro della Salute

Fonte: Ministerosalute

lunedì 23 luglio 2007

Legge 40: Il parere del Consiglio Superiore di Sanità e un commento della Prof. Chiara Lalli

Il parere del Consiglio Superiore di Sanità sull'aggiornamento delle Linee Guida della Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita.

IL COMMENTO

Fecondazione: l’inutile parere del CSS

di Chiara Lalli*

E il titolo del Comunicato Stampa avrebbe dovuto continuare così: e la sconveniente presenza di Dallapiccola in rappresentanza del CNB.

Ieri il Gruppo di lavoro per l’aggiornamento delle Linee Guida in materia di procreazione assistita (Legge 40/2004) ha espresso il proprio parere: esistono i presupposti per la revisione. Una buona notizia? No, soltanto un apparente movimento per nascondere l’intoccabilità della Legge 40.

Permettere l’accesso agli uomini portatori di malattie sessualmente trasmissibili (HIV, HBV, HCV)? Benissimo. Ma che ne è delle donne o di chi ha una malattia genetica? Un rimedio alle discriminazioni compiute dalla Legge 40 non può essere tanto claustrofobico.
Gli altri suggerimenti contenuti nel parere sono inutilmente banali: implementare la ricerca sulla crioconservazione degli ovociti o garantire equità di accesso alle coppie. Rispettare i principi costituzionali di tutela di salute delle donne. O ancora, istituire un tavolo di confronto per aumentare l’efficacia delle tecniche. Tutti suggerimenti che non scalfiscono nemmeno in superficie l’illegittimità e il fallimento della Legge 40.

Ma c’è di più. Tra i componenti del Gruppo c’è Bruno Dallapiccola, chiamato in rappresentanza del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), come si può leggere nella pagina del Ministero della Salute in cui compare l’elenco dei componenti.
La nomina stupisce e appare davvero sbilanciata, dal momento che Bruno Dallapiccola è presidente di Scienza&Vita – associazione di profilo ideologico più che scientifico e protagonista di una campagna feroce contro la ricerca scientifica e a favore di una legge restrittiva e assurda come la Legge 40.

Sarebbe augurabile che un membro di un Gruppo di lavoro per l’aggiornamento delle Linee Guida in rappresentanza del CNB avesse un profilo (più) neutrale. O, almeno, che fosse bilanciato da un rappresentante di un diverso schieramento. L’unico spiraglio, per quanto claustrofobico, di miglioramento dell’applicazione della Legge 40 non può essere spazzato via a priori dalla presenza di un animatore di battaglie dogmatiche e antiscientifiche condotte in nome della personalità giuridica e morale del concepito, un “paziente come noi”, una persona come noi. Dimenticando chi persona lo è indiscutibilmente: tutti quelli che hanno bisogno di ricorrere alle tecniche di procreazione assistita per avere un figlio.

PS:
A firmare il parere in questione è il Presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Franco Cuccurullo (ricorda qualcosa?).


* Docente di Logica e Filosofia della Scienza, Università di Roma "La Sapienza" e membro del Consiglio Generale dell'Associazione Coscioni.


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martedì 19 giugno 2007

La voracità della politica non ha limiti

di Teresa Petrangolini*


Pochi giorni fa il Presidente del Consiglio comunale di Roma, Mirko Coratti, ha nominato il Difensore civico e i componenti dell'Agenzia per la qualità dei servizi pubblici locali. La prima figura dovrebbe tutelare i diritti dei cittadini romani che subiscono soprusi da parte degli uffici comunali e nella fruizione dei servizi; il secondo istituto, ha il compito di vigilare sul corretto funzionamento di aspetti importanti della vita cittadina come i servizi di nettezza urbana, i trasporti, l'erogazione dell'elettricità, ecc.
Ebbene ancora una volta questi posti sono stati lottizzati, privando i cittadini della possibilità di veder meglio tutelati i propri diritti. A prescindere da un giudizio sulle singole persone nominate, che esula dalle nostre intenzioni è impressionante l'ingordigia con la quale i partiti si accaniscono su tutto ciò che hanno a portata di mano, anche quando questo avviene contro gli interessi di coloro che li hanno votati per avere una buona amministrazione. E' già inaccettabile che per queste cariche non ci sia anche una consultazione diretta dei cittadini (quanto sarebbe meglio un difensore civico eletto dal basso!), ma che addirittura possano essere direttamente nominate senza nemmeno uno straccio di elezione del Consiglio comunale supera ogni limite. Gian Antonio Stella, sul Corriere della Sera dell'11 giugno, ha raccontato questa storia in riferimento a Ottavio Marotta, 77 anni, riconfermato difensore civico, uno degli artefici della Lista civica per Veltroni, persona da premiare per i servigi resi al Sindaco, con un vice, Mauro Passerotti, avvocato, in quota alla minoranza, vale a dire alla Casa delle Libertà.
Non meno grave è quanto è avvenuto per l'Agenzia dei servizi pubblici locali. Fino a poco tempo fa era Presidente Bernardo Pizzetti, un giovane funzionario proveniente dall'Autorità di regolazione per l'energia e il gas. Aveva fatto un ottimo lavoro di controllo e di garanzia per gli utenti, collaborando anche con Cittadinanzattiva. Non è stato confermato nonostante la competenza specifica. Al suo posto è stato nominato il prof. Paolo Leon, 72 anni, economista stimato, in quota Sinistra democratica. Gli altri due consiglieri sono uno, in quota AN, Sergio Migliorini, commercialista, riconfermato e uno, il vicepresidente Claudio Santini, in quota UDEUR, avvocato. Ogni parte politica ha avuto il suo straccio di nomina, i cittadini hanno protestato, nessuno li ha ascoltati.
A vivere queste storie sorge un pensiero: ma non è che, oltre a "prendersi anche questo", si vuole vanificare la funzione di tutela che tali istituti dovrebbero garantire come contrappeso dalla parte dei cittadini? Persone che devono tanto a chi le ha nominate e proposte, come potranno mettersi contro i loro benefattori e difendere gli utenti dei servizi? Vorrà dire che come cittadini dovremo continuare a difenderci da soli.
Teresa Petrangolini

Fonte: Cittadinanzattiva

* Segretario Generale di Cittadinanzattiva

venerdì 27 aprile 2007

Le ASL, un'opera incompiuta

L'articolo che segue è riprodotto integralmente dal sito: www.lavoce.info


Le ASL, un'opera incompiuta


di Massimo Bordignon
Roni Hamui

La situazione finanziaria delle Regioni desta preoccupazioni. Per quanto differenziata sul territorio , continua la pratica dell’accumulo dei disavanzi da parte di molte delle aziende sanitarie regionali. Disavanzi che poi vengono assorbiti dal bilancio dello Stato, con effetti negativi sulle finanze pubbliche nazionali. Il recente intervento sui debiti del Lazio e quelli che verosimilmente lo seguiranno su altre Regioni in difficoltà, suscitano timori di un’incontrollabilità della spesa e di una diffusione di comportamenti irresponsabili. Tra le molte ragioni, una ha a che vedere con la riforma incompiuta degli anni Novanta, e in particolare con la natura incerta delle Asl, formalmente aziende, ma in realtà con ben poche delle caratteristiche delle imprese private. Per controllare la spesa, forse bisogna riformare la governance del sistema sanitario, e questa passa in primo luogo per una riforma delle Asl.

La situazione normativa

In base al riordino legislativo del 1992, le Regioni hanno affidato la produzione e l’erogazione dei servizi sanitari alle Asl e alle Aziende ospedaliere (Ao). Queste hanno sostituito le vecchie Unità sanitarie locali (Usl), istituite con la creazione del Servizio sanitario nazionale (Ssn) nel 1978.
Le Asl e le Ao sono enti pubblici dotati di personalità giuridica e di una certa autonomia gestionale, patrimoniale e contabile. Sono gestite da un direttore generale, nominato dalla Regione, che a sua volta designa un direttore amministrativo e uno sanitario. Regione e ministero della Sanità eleggono una serie di consigli (sanitario, sindacale e di direzione) che hanno il compito di affiancare il direttore generale. Le centonovantacinque Asl esistenti garantiscono tutte le prestazioni fissate a livello nazionale dai Livelli essenziali di assistenza (Lea). Le Ao, che di fatto sono ospedali di rilievo regionale o interregionale costituiti in aziende in considerazione delle loro particolari caratteristiche, sono invece centodue.
Ma il controllo sull’attività delle Asl da parte delle Regioni non si conclude con la nomina di direttori e consiglieri. Intanto, sul piano della gestione, le Regioni approvano il piano sanitario regionale e il piano attuativo locale, che ogni tre anni fissano le linee strategiche e le risorse necessarie per raggiungere gli obbiettivi in termini di sanità regionale. Inoltre, approvano la Finanziaria regionale ovvero il Dpef regionale, che determina gli obbiettivi finanziari e le risorse disponibili per l’anno e serve quale elemento fondamentale per la stesura del budget delle Asl. infine, il bilancio e i conti economici delle Asl vengono monitorati ogni tre mesi dal collegio sindacale. Per le risorse, le Asl dipendono per il 95 per cento dal fondo regionale per la salute, che a sua volta trae le sue risorse dai proventi di alcune tasse regionali (Irap e addizionale Irpef) e dai trasferimenti dello Stato. Questi fondi vengono assegnati alle diverse Asl in base a una serie di parametri, a loro volta decisi su base regionale, che includono la densità abitativa, l’età della popolazione, il suo tasso mortalità, e così via. Le Ao invece vengono finanziate in base alle prestazioni diagnostiche effettivamente erogate. Di fatto, il 75 per cento delle entrate e uscite dei bilanci delle Regioni a statuto ordinario (e il 45 per cento di quelle a statuto speciale) è assorbito dalla spesa sanitaria, quasi interamente elargita alle Asl e alle Ao.
Dati tutti i vincoli posti sia dal lato delle entrate che delle uscite è evidente che i margini gestionali nelle mani degli amministratori delle Asl risultano piuttosto limitati. La cosiddetta "aziendalizzazione" voluta dal nostro legislatore, che doveva servire ad aumentare la trasparenza e spingere i produttori sanitari ad adottare pratiche simili a quelle del settore privato, rimane dunque per larga parte incompiuta. Ma questo ha effetti piuttosto rilevanti sia sui fornitori di beni e servizi alle Asl (aziende farmaceutiche, farmacie, eccetera) sia sul mondo del credito che è chiamato a finanziare gli squilibri finanziari generati dalla sanità pubblica.

I debiti delle Asl

Dal suo avvio, il Ssn ha registrato deficit di natura strutturale che hanno oscillato fra l’1 e lo 0,1 per cento del Pil. Nel 2005, ad esempio, il disavanzo è risultato pari a 4,3 miliardi di euro, lo 0,4 per cento del Pil, per l’80 per cento realizzato da sole quattro Regioni - Campania, Lazio, Sicilia e Sardegna. Anche all’interno di una singola Regione sono tuttavia presenti situazioni alquanto differenziate da Asl ad Asl. Poiché formalmente tali aziende non possono contrarre debiti finanziari, i loro debiti finiscono in realtà per scaricarsi sulla durata dei termini di pagamento con i fornitori. I giorni di ritardo medi, dopo essere per molti anni rimasti attorno ai 9-10 mesi (contro i 30-90 giorni del settore privato) sono andati aumentando a partire dalla fine degli anni Novanta. Oggi il ritardo medio nei pagamenti oscilla dai quasi seicento giorni della Campania e del Lazio ai poco più dei 100 giorni del Trentino, Valle d’Aosta e Friuli.
Alla formazione di tali disavanzi hanno certamente concorso più fattori: da una deliberata politica di sottofinanziamento della spesa sanitaria da parte dello Stato, a un’incapacità di controllo della spesa da parte di alcune Regioni, alle aspettative di ripiano da parte dell’ amministrazione centrale, che finora ha sempre provveduto a ripianare i debiti sanitari accumulati . Solo di recente sono stati introdotti nel sistema elementi volti ad aumentare la responsabilità degli enti territoriali. Per esempio, nel 2004 e 2005 tre ospedali sono andati in dissesto (Policlinico Umberto I e Ospedale Sant’Andrea di Roma e l’ospedale Umberto I di Torino), giacché, in base al codice civile, gli enti strumentali pubblici non possono fallire. Ma la stessa incertezza relativa alla stabilità finanziaria del sistema delle Asl contribuisce al problema. La strutturale lunghezza dei termini di pagamento unita all’incertezza sui ritardi accresce il prezzo dei beni e servizi acquistati e aumenta il costo del loro finanziamento, quando il credito commerciale viene scontato o fattorizzato. Le operazioni di cartolarizzazione effettuate dalle Regione su tali crediti hanno potuto godere di un tasso più basso solo in virtù del fatto che le obbligazioni hanno beneficiato di specifiche delegazioni di pagamento sulle entrate regionali.

La natura delle Asl

In questo pasticcio, ha giocato un suo ruolo l’incompiuta "aziendalizzazione" della macchina sanitaria, assieme alla sua incompleta "regionalizzazione", cioè a una più chiara attribuzione di compiti e responsabilità tra Stato e Regioni sulla sanità. Ha reso difficile la valutazione dei diversi enti da parte degli operatori creditizi, che non sanno bene se si confrontano con un’azienda o con un pezzo della Regione o dello Stato, e ha aumentato i costi della gestione, con la moltiplicazione dei centri di comando, senza stimolare comportamenti pienamente responsabili, visto che la disciplina di bilancio è rimasta disattesa.
Per uscirne, è allora opportuno chiarire meglio lo stato giuridico delle Asl (e delle Ao) decidendo una volta per tutte da che parte si intende andare. O si responsabilizzano a pieno i loro amministratori, ma allora si deve consentire a questi spazi di manovra adeguati sia sulla gestione che sulle entrate, attribuendo loro, per esempio, spazi di manovra sulle tariffe per i servizi sanitari. E in questo conteso sarebbe utile anche aumentare la trasparenza del sistema rendendo pubblici i bilanci delle Asl, limitare la discrezionalità dei meccanismi di rimborso dei debiti commerciali e abolire l’anacronistica pratica di certificazione dei crediti. Oppure, si supera la finzione di un’azienda separata dalla Regione, la si ingloba di nuovo nella struttura amministrativa di questa, consolidandone i debiti commerciali nel bilancio della Regione e si responsabilizzano gli azionisti, cioè le Regioni.



domenica 8 aprile 2007

Il Primo rapporto sull'Assistenza Domiciliare Integrata

Il 7 Novembre dello scorso anno si è tenuto a Roma, presso l'Auditorium Fimmg nazionale, uno Workshop di presentazione del Primo rapporto sull'Assistenza Domiciliare Integrata. Il rapporto è frutto di una indagine svolta nel 2005 e 2006 su tutto il territorio nazionale grazie al contributo di Aziende Sanitarie, Regioni, Medici di medicina generale, utenti del servizio e volontari di Cittadinanzattiva. Il Rapporto è stato redatto da Francesca Goffi, Francesca Moccia, Mariateresa Palma, Simona Sappia e Alessio Terzi.